gennaio 28, 2002

Viaggio a Kandahar

Il film racconta di Nefas, una giovane giornalista afgana rifugiata in Canada che, ricevuta una lettera disperata della sorellina che è rimasta in Afghanistan in cui le annuncia che si toglierà la vita prima dell’eclissi di sole che sta per verificarsi, decide di tornare in tempo per farla desistere. Nefas era fuggita durante la guerra civile dei Talibani e tenterà di attraversare il confine Iran-Afghanistan…
“Questo film è come una guida di viaggio. La forma si è imposta mentre scrivevo la sceneggiatura e si è evoluta durante le riprese. Quando si guardano queste donne avvolte dai loro burka, c’è un’armonia estetica esteriore, ma all’interno, sotto ogni burka, una donna viene soffocata. È una strana contraddizione. Poiché non hanno il diritto di mostrare la propria bellezza fisica, la sostituiscono con la bellezza degli abiti” ( Mohsen Makhmalbaf ).

Il film, uscito nelle sale il 12 ottobre 2001, appena iniziata da parte di Usa e Gran Bretagna la penetrazione in Afghanistan, è stato girato in tempi “non sospetti” e rappresenta un documento impressionante della condizione sociale degli abitanti, le donne specialmente, di questi luoghi.

Imbarcarsi in un viaggio nella terra dei turbanti neri è come fare un salto nell’ignoto. È un viaggio verso l’irrazionale, verso l’incomprensibile. È come se, oltrepassato il confine afgano si dovesse abbandonare tutto il proprio bagaglio di conoscenze.
L’Afghanistan che il regista ci mostra non è una finzione: è una discesa nell’oscurità, una spedizione in un altro mondo, un mondo che appartiene ad un’altra epoca, dove la parabola, a tratti magica, enfatizza la triste realtà.
Il film puro e bellissimo, accordato alla perfezione come le corde di un violino proibito, è una supplica vibrante, un appello di aiuto. Una supplica per le donne, condannate alle sbarre dai loro burka, una prigione di cotone e una cittadella di totale solitudine. Una supplica per gli amputati, le truppe degli storpi, ferite dalle mine. Una supplica contro il totalitarismo teocratico, lo stalinismo religioso, che agisce con ferocia in questa landa dimenticata.

Forse per comprendere la profondità del film bisogna, come Nefas, “mettere la propria anima in viaggio” .
L’altro mondo di Marco Lodoli
La globalizzazione è un sistema di vasi comunicanti in cui confluiscono anche sofferenze. Come quelle degli afghani.(Fonte: DIARIO, anno VI, n. 43 – 2001)

All’uscita del Viaggio a Kandahar avrei voluto inginocchiarmi sul marciapiede e baciare il suolo sporchetto e meraviglioso della mia città, abbracciare la gente che passava frettolosa o imbronciata, offrire una birra a tutti, e poi annunciare alla popolazione intera, e naturalmente a me per primo: cari fratelli inariditi e scontenti, noi forse ci siamo dimenticati della fortuna che abbiamo avuto, del primo premio della lotteria che abbiamo pescato nascendo in questi luoghi tutto sommato pacifici e liberi.
Non ringraziamo a sufficienza la vita, la soffochiamo sotto una frana di oggetti superflui e di ambizioni ciniche e aggressive. Così stiamo perdendo contatto con il midollo dei giorni, con la nostra vera natura umana, il troppo ci schianta, l’inutile ci amareggia, la stupidità ci frastorna, e invece potremmo essere semplici e onesti, condividere un’esistenza sincera, spontanea, affettuosa. Noi che possiamo farlo, dobbiamo almeno provarci, mentre in certe parti del mondo, in tante parti, gli uomini e le donne vivono isolati nel terrore, umiliati e offesi, e tutto viene loro negato, il pane e la speranza e persino le gambe per fuggire. Andate a vedere questo film sull’Afghanistan, non siate pigri, non fatevi scoraggiare dall’argomento tragico e da qualche lentezza. Anche voi dimenticherete le polemiche pacifiste o interventiste e solo vi domanderete tante volte perché, e ogni volta sarà uno strazio: povera gente dell’Afghanistan, perché a loro è capitato un destino così atroce? Perché i loro bambini devono ripetere ossessivamente i versetti del Corano, e guai se stonano, guai se si imbrogliano con le parole, un Mangiafuoco può punirli in ogni momento, perché?
E perché le donne non possono neppure farsi visitare da un medico quando sono malate, ma devono rimanere dietro un telo e comunicare con il dottore tramite un bambino che ripete le domande e le risposte? E perché tanti mutilati, chi ha nascosto nei campi le mine crudeli che strappano gambe e braccia? E perché la terra è così secca, perché non c’è acqua e non ci sono alberi? I motivi forse si possono trovare, forse si possono individuare i responsabili: qualcuno ci spiegherà che sono stati i russi, o gli americani, o l’Islam più severo e arretrato, la natura maligna o le guerre fratricide.
Noi, seduti nel cinema di fronte a quelle immagini spaventose, capiamo solo che il mondo è un sistema di vasi comunicanti, e per quanto gli occidentali e gli islamici cerchino di proteggere le loro ampolle, di sigillare i confini e i cuori, la pena viaggia, il dolore si sparge, e alla fine tutto riguarda tutti, il veleno si versa in ogni vita. Quando si parla di globalizzazione si pensa sempre a un mercato generale, a un via vai eccitato di prodotti e denari: ci sentiamo cittadini del mondo perché abbiamo un po’ di azioni australiane sul conto, un ristorante cinese sotto casa e uno messicano all’angolo, un cappelletto arabo nell’armadio e sulle spalle una maglia di cotone fatta a Taiwan. Ma se siamo davvero globalizzati, dobbiamo cominciare a mettere in comune anche le sofferenze, mescolare fortune e sfortune, riconoscerci tutti abitanti dello stesso minuscolo pianeta.
Le differenze culturali, religiose ed economiche sono impressionanti, ma le somiglianze lo sono ancora di più. Tutti siamo nati e moriremo, abbiamo una bocca e due occhi, gli stessi sogni di felicità e tante paure simili, lo stesso sangue che pulsa e può seccarsi in un momento. Stiamo tutti sotto lo stesso cielo, non è giusto che gli dèi se lo contendano: è il nostro povero cielo. Bisogna che l’ONU svolga finalmente un ruolo decisivo, non c’è dubbio, ma sarà necessario anche modificare le nostre esistenze individuali. C’è un’energia segreta che parte da ognuno di noi, e si somma a quella degli altri, e sposta l’ordine delle cose. Da troppi anni perseguiamo obiettivi violenti ed egoisti, arraffiamo, consumiamo a casaccio, ce ne freghiamo.
Il deserto dell’Afghanistan comincia nella mente folle dei talebani, i bombardieri si sollevano dalle piste dei nostri pensieri.