Placido Rizzotto

La sera del 10 marzo 1948 scomparve nel nulla Placido Rizzotto, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Per uno strano scherzo del destino attorno a questo caso ci fu una convergenza di giovani uomini che diventarono importanti: da una parte Carlo Alberto Dalla Chiesa, il capitano dei carabinieri che fece le indagini e arrestò gli assassini di Rizzotto, e Pio La Torre, giovane studente universitario che sostituì Rizzotto alla guida dei contadini. E dall'altra, l'assassino Luciano Liggio e i suoi uomini che arriveranno ai vertici della mafia.
Il film vuole raccontare un sogno spezzato, nella certezza che ogni manifestazione di coraggio, ogni difesa dei deboli, ogni sentimento di dignità umana meriti di essere narrato.
“Chi era Rizzotto Placido da Corleone? Tante volte me lo sono chiesto. Tante volte ho provato a immaginarmelo, a dargli un volto, una camminata, un tono di voce.
Troppo poco sono le uniche due foto che lo ritraggono. Le fotografie, in quegli anni, i poveri le facevano per il matrimonio. E Placido non è arrivato a sposarsi. Allora preferisco pensare a lui come a un nome.
Già, i pensieri.
Chissà a cosa pensava quella sera tiepida di marzo Placido Rizzotto, mentre, in compagnia dei suoi assassini, percorreva le strade buie di una Corleone senza tempo? Chissà se era ancora vivo mentre lo precipitavano in quella "ciacca" che sprofonda nel ventre della terra? Chissà se ha tremato, se si è difeso, se ha chiesto aiuto?
A cosa può servire un film su Placido Rizzotto? E perché raccontare ancora (e a chi?) la sua vita e la sua morte?
Io penso che, lontano da ogni retorica, il sublime senso poetico che emana ogni manifestazione di coraggio, ogni puro sentimento di dignità umana, ogni difesa dei deboli, ogni fatto autenticamente popolare, merita di essere narrato, ha bisogno anzi di essere narrato e tramandato alle generazioni, affinché tra le generazioni gli uomini non smarriscano più i sogni .
Già, i sogni.
La microstoria che contiene (e racconta) la storia. Il passato che c’è nel presente e l’universalità che si può cogliere quando passato e presente si proiettano (attraverso elementi comuni e ripetibili) nel divenire dell’animo umano.
Quello che ho cercato di cogliere con questo film è la frattura che si determina tra le generazioni in certe particolari condizioni della storia (guerre, rivoluzioni, sommovimenti sociali).
Padri e figli che non si parlano e non si capiscono più. Sconvolgimenti sociali (e politici) che scuotono dalle fondamenta ordini secolari costituiti, fin dentro le stesse famiglie, fin dentro l’anima delle persone che "recitano" in questo film.
E così Corleone diventa il palcoscenico, il grande teatro dell’umanità derelitta. E la recita non può che finire in tragedia. Tragica sarà la fine del giovane Placido Rizzotto, ucciso selvaggiamente e buttato in un fosso. Tragica la sua fine, a più tragico ancora l’oblio che l’accompagna (i suoi miseri resti non hanno mai conosciuto una tomba e giacciono tra scartoffie e cianfrusaglie nei sotterranei del palazzo di giustizia di Palermo)”.
Scimeca, raccontando la storia di Placido “uomo dei sogni”, ci offre una cronaca ma anche un ripensamento, perfino una metafora del povero che lotta, una ballata, un'opera tragica dei pupi fatta di realismo magico, ma anche di antropologia di quella terra, nell'arco espressivo che da Rosi arriva ai 'bravi ragazzi' di Scorsese".
'I film di mafia sono i nostri western', dice Scimeca. E come i western, o le fiabe della tradizione orale, dovrebbero far parte della nostra memoria collettiva. Anche se a raccontare certe favole oggi si resta soli, come si vede nell'ultima, struggente inquadratura.

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