gennaio 26, 2002

Le fate ignoranti

Di certi momenti della nostra vita ricordiamo soprattutto il luogo dove accaddero, quello spazio lo conserviamo ancora dentro di noi, dove si è sommato a mille altri spazi: era la stazione di un paese del Nord, ad esempio, l'aria pungeva e il treno avanzava lentamente sui binari, le panchine erano bagnate, sul banco del giornalaio le riviste provavano a intromettere i loro colori in quel grigio desolato, e una donna parlava con la voce spezzata. Ma oggi le sue parole non le sentiamo più, si sono perdute insieme ai motivi di quell'addio, e anche il suo viso è quasi svanito, s'è ritirato con la marea del tempo perduto.
Il luogo, invece, è rimasto intatto, potremmo descriverlo in ogni dettaglio, raccontare la disposizione delle valigie e le sagome dei vagoni che sfilavano come nuvole lunghe nel cielo di gennaio. La malinconia di quel minuto s'è trattenuta nello spazio che si è versato per sempre in noi. E lo stesso vale per l'aula in cui abbiamo trascorso da bambini un anno intero: la lavagna girevole, i muri bianchi, la cattedra sollevata sulla pedana di legno, le finestre affacciate sul cortile - tutto è rimasto perfettamente intatto nella nostra memoria, nell'anima direi, mentre le situazioni che si sono susseguite in quello stanzone scolastico sono evaporate, e con loro tanti nomi e tanti profili.

Con Le fate ignoranti, personaggi e situazioni paiono partoriti dagli ambienti, che sono ricreati con grande realismo. La casa della signora borghese, rimasta tragicamente vedova, esprime tutta la tristezza di chi la abita: un prato all'inglese declina verso il fiume, e in quella verde penombra due chaise-longue stanno una accanto all'altra, come un marito e una moglie che non si sono mai detti la verità e che ormai non hanno più il tempo per rimediare. Tutt'altra cosa è l'appartamento del giovane amante del morto: un attico popolare arrampicato come un monello nel cielo del Testaccio, accanto alle trine metalliche del gazometro. La sua terrazza è aperta al sole, e a quel tavolo lungo circondato da seggiole spaiate può sedersi solo un'umanità caotica e ciarliera, bizzarra e generosa. Il film è un confronto di caratteri, ma anche di ambienti credibilissimi: da un lato una villa separata dalla vita, protetta con il denaro e il sospetto, linda e silenziosa come un camposanto - e dall'altro una casetta che è un porto di mare, un appartamento che somiglia a un quartiere arabo, con la felicità e il dolore bene in vista.
Sono luoghi dove l'amore si pronuncia diversamente: con un mormorio beneducato e con un grido acceso. Ferzan Ozpetek sa come preparare i campi dove si gioca la vita, e anche se poi le vicende tendono a ristagnare, non c'è dubbio che tornati a casa nostra ci guardiamo attorno per controllare cos'è la nostra vita, chi siamo, come se d'improvviso guardassimo in uno specchio.
In un incontro con la stampa, Ozpetek, il regista, ha tenuto ad affermare che "bisogna vivere il dolore per apprezzare la vita; l'importante è come affrontarlo, cercando sempre di sdrammatizzare il più possibile. Spesso, per cambiare la propria vita, non è necessario partire, affrontare l'ignoto, perdersi in panorami esotici e lontani: a volte basta bussare alla porta di chi ti vive accanto, aprire la finestra e lasciare entrare lo sguardo di chi passa mentre anche tu lo stai guardando. E' questo anche il senso del film, che vuole essere un invito ottimista a fidarsi del prossimo, a non avere pregiudizi, ad abbandonare la paura di chi parla con lingue e\o moralità diverse o anche soltanto chi non la pensa come noi.
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