Concorrenza sleale

Nella cornice ombrosa del ventennio fascista, in piena campagna razzista e persecuzioni antisemite, due commercianti di diversa professione religiosa si trovano a dover condividere lo stretto spazio di un marciapiede sotto la presenza maestosa del Cupolone. Due uomini d’affari, due padri di famiglia, due vite non a caso parallele divise dalla sottile linea della differenza religiosa e di un regime liberticida e autoritario. Da una parte Umberto, l’italico uomo medio in balia incosciente delle ferree regole del regime mussoliniano, dall’altra Leone, ebreo arguto, quasi sfacciato nella sua intraprendenza. Tra di loro i legami di amicizia e di amore che nascono tra i rispettivi figli coetanei, ingenui ed estranei protagonisti di un penoso capitolo della storia d"Italia. Attraverso gli occhi infantili e il racconto in prima persona di Pietruccio, figlio di Umberto, ci passano davanti gli anni più bui della dittatura, il condizionamento che le leggi razziali ebbero sui rapporti sociali, ma anche la capacità di riacquistare una dignità umana discostandosi dalle idee che apparivano più convenienti da sposare.
Finale amaro e realistico per un film che ha dalla sua un’insolita leggerezza nel trattare un tema in genere rappresentato drammaticamente, smussato nei suoi angoli più crudeli proprio dall’inconsapevole freschezza dello sguardo infantile. Un po’ scontato – anche se poi, in fin dei conti, la storia è la storia, e non la si può cambiare per un film – e retorico nell’espressione di certi sentimenti umani, Concorrenza sleale indaga il sentire di quella fetta di popolazione italiana che non è composta né da eroi né da martiri, ma che a queste due categorie ha fornito terreno fertile. Quelli che non hanno fatto la storia da protagonisti ma che hanno fatto in modo che la storia accadesse, quella maggioranza silenziosa e qualunque ingabbiata negli spazi angusti di una realtà che non aveva scelto ma che non sapeva combattere.
Sai qual'è l'amaro paradosso? Io sono poco eppure sono di troppo.
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