Sud

Il film, un sogno “rivisitato”, racconta l’avventura di tre disoccupati meridionali e di un disoccupato eritreo che s'impossessano della scuola-seggio elettorale del paese siciliano più a Sud d'Italia all'alba di una domenica elettorale e per caso si trovano a tenere con sé (ostaggi oppure ospiti) la figlia del deputato che è il più forte candidato alle elezioni e un amico di lei; alla fine saranno circondati da un numero spropositato di carabinieri e catturati.
Con "Sud" Gabriele Salvatores, narratore della generazione quarantenne in fuga, Oscar per "Mediterraneo", fa un film politico, e sceglie una forma drammaturgica classicamente teatrale, usata in infiniti film americani, per dare una struttura alla storia d'una rivolta forte e confusa, senza altro scopo che esprimere l'esasperazione e la protesta, senza altro possibile risultato che restituire ai rivoltosi un senso di dignità dell'esistere, una fiducia nel fare.
In un film svincolato da posizioni "preparate", che non assomiglia a nessun altro (e, questo, è titolo di merito), Salvatores suggerisce - incoraggia e insieme nega - una possibilità di rivalsa da parte dei dannati della terra. E la individua, oltre che nei propositi pur monchi dei personaggi e nella solidarietà dei paesani che occupano la piazza nel corso della rivolta battendo gran colpi su bidoni, nella musica rap, in un'arte povera che ha scelto di trovare uno spazio fuori dai circuiti di diffusione della merce culturale.
Sud è il racconto d'una disperazione italiana non soltanto meridionale, contemporanea ma radicata nel passato.
Segnaliamo, infine la presenza di un personaggio invisibile ma onnipresente: la televisione, rappresentata dal giornalista supercinico Claudio Bisio, ovvero dalle telecamere nascoste che la sua troupe piazza nel seggio occupato. Il politico Cannavacciuolo lo dice chiaro: "Capitano, questo Paese lo governiamo con la Tv, mica coi carabinieri".
"A che serve avere ragione quando poi sei morto?".
"Questo è un pensiero difficile, ti lascio da solo".
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